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Passage Vendome
Scritto da Administrator   
giovedė 05 aprile 2007

Il cavadavere di quello che sembra un clouchard viene ritrovato nel Passage Vendome, a poche decine di metri dall'abitazione dell'Ispettore Capo Du Pre, nel tentativo di dare un nome allo sconosciuto ed un senso al suo omicidio Du Pre si imbatte in una serie di misteri nascosti nel sottosuolo di Parigi e casualmente risolve il mistero della rapina alla Banque de Normandie irrisolta da 40 anni.

Du Pre, sulle tracce dell'identità del clouclard, si ritrova nello studio di un Notaio dove, per merito di una chiave, entra in possesso di una ingente eredità e diventa improvvisamente ricco.

Ultimo aggiornamento ( domenica 08 aprile 2007 )
 
La Ragazza dalla Camicia Bianca
Scritto da Administrator   
giovedė 05 aprile 2007

C'era tutto il tempo di morire; il loro arrivo non era previsto a Brisbane prima di una settimana, nessuno si sarebbe preoccupato fino ad allora.

Il Falcon II, uno splendido yacht di 28 metri, capace di navigare a vela alla velocità di crociera di 25 nodi, era partito da Kupang, nell'Isola di Timor; a bordo si trovavano George Watson e Will Rogers, entrambi affermati avvocati di Brisbane, con le rispettive consorti Pamela e Dorothy, dopo due settimane passate a gironzolare per le migliaia di isole dell'Indonesia avevano ripreso la rotta di casa ma dopo nemmeno 48 ore di tranquilla navigazione erano incappati in una tempesta improvvisa; il coraggioso yacht aveva cercato per un pò di cavalcare le imponenti onde e di resistere alle violente sferzate del vento, ma i suoi occupanti non erano marinai troppo esperti, e quando la vela maestra si strappò con un fragore lacerante il panico li avvolse e senza rendersi precisamente conto di come si ritrovarono tutti in acqua, malamente aggrappati a cordame vario anch'esso sbalzato fuori bordo; il Falcon II per qualche istante sembrò lottare da solo contro gli elementi poi, stanco ed impotente, lasciò che un'onda più violenta delle altre lo sollevasse, diagonalmente di prua, ricadde troppo violentemente nel cavo di un'onda e la successiva ebbe gioco fin troppo facile nel completare l'opera, la povera barca si rovesciò mostrando al cielo la sua deriva, gli uomini e le donne in mare riuscirono a raggiungere la chiglia e ad issarsi a bordo, sperando che la tempesta cessasse e che qualche nave di passaggio li raccogliesse.

Dopo due giorni le loro speranze era finite, nessuno passava in quelle acque e nessuno li avrebbe cercati prima di una settimana, quando allo Yacht Club di Brisbane si fossero accorti che il molo da loro prenotato languiva solitario.

Will, Pamela e Dorothy non si muovevano più già da diverse ore, sebbene il flebile respiro rassicurava George sulla loro esistenza in vita. Lui solamente aveva conservato conoscenza, ma per quanto? Aggrappati alla deriva del povero Falcon II, sotto il sole cocente, perduti in qualche parte del Mare dei Coralli, proprio in quel punto centrale dove non passano ne rotte commerciali ne pescherecci, non avevano alcuna speranza, la radio e tutte le attrezzature di sopravvivenza erano rimaste sottocoperta ed ormai erano irrecuperabili, George invidiò gli altri che si erano addormentati e sperò di cadere presto nell'oblio anche lui, perché cominciava a non poterne più, l'abbagliante riverbero del sole sull'oceano lo accecava.

Forse mancava poco alla fine quando vide o credette di vedere, a qualche decina di metri dallo scafo rovesciato, una sottile scia biancastra, strizzò gli occhi per osservare meglio : "Dio Mio, uno squalo", pensò, ma non vide la pinna e la scia sparì subito; gli sembrò che la barca si muovesse un pò troppo rispetto allo sciacquettio del mare, ma smise immediatamente, tornò a guardare l'oceano, laddove era apparsa quella scia e fu allora che vide la superficie del mare gonfiarsi, via via sempre di più, come una bolla di sapone e poi aprirsi, scoprendo qualcosa di lucido e scuro che diveniva sempre più alto, sempre più largo, sempre più lungo, infine capì: un sottomarino, un sottomarino enorme, luccicante era emerso dalla profondità del Pacifico, la scia proveniva dal periscopio in emersione, lo vedeva torreggiare dinanzi a lui alto come un condominio, non aveva mai visto un sottomarino dal vero e non pensava potessero essere così grandi, per qualche minuto l'immensa massa d'acciaio li scortò lasciandosi trascinare dalla stessa corrente nella quale era stato preso il relitto del Falcon II, poi in cima alla torretta vide muoversi una figura, un riflesso gli fece capire che li stavano guardando con un binocolo, forse volevano capire se erano ancora vivi, raccolse tutte le sue forze, cerco di alzarsi in piedi, ma riuscì solamente a mettersi in ginocchio, agitò le braccia e ricadde seduto. Per un attimo ancora vide la figura lontana scrutarli, gli sembrò di vederla sporgersi per controllare qualcosa ed ebbe la chiara netta impressione che si trattasse di una donna, ma che lui sapesse nessun equipaggio sommergibilista di nessuna marina del mondo contemplava donne, troppo complicato integrare un equipaggio misto in una nave con spazi così angusti e missioni così lunghe e claustrofobiche.

Passarono almeno altri dieci minuti prima che un sonoro schiocco metallico attirasse la sua attenzione sul ponte di coperta del sottomarino, proprio alla base della torretta, un portello si aprì ricadendo rumorosamente sul ponte ed una testa spuntò fuori, si guardò intorno ed alfine emerse dal mostro d'acciaio, questa volta non poteva sbagliarsi, era sicuramente una donna, anzi una ragazza decisamente giovane, dalle forme aggraziate minimamente coperte da un bikini. Si sdraiò deluso e chiuse gli occhi, un miraggio niente altro che un miraggio. Però il rumore del tuffo gli sembrò estremamente reale, si rialzò aprì gli occhi e la grossa nave da guerra era ancora lì, qualcuno si era tuffato in acqua e nuotava verso il Falcon II, alcune figure femminili si muovevano sul ponte intorno a quel portello aperto, alcune indossavano dei bermuda e delle magliette hawaiane, altre dei bikini; la barca si mosse ed una sirena spuntò dalle acque, si arrampicò senza troppe difficoltà sulla chiglia scivolosa fino a raggiungerlo, depose ai suoi piedi una sacca che aprì traendone diverse bottiglia di acqua minerale, ne aprì una e gliela porse, lui non si mosse, allora la ragazza avvicinò la bottiglia alla sua bocca, lo sorresse dietro la nuca e riversò nella sua gola arsa un torrente di acqua leggermente frizzante ed appena fresca. Svenne.

Quando si risvegliò si scoprì a contemplare un soffitto metallico, una soffusa luce azzurrina rischiarava appena un ambiente che aveva tutta l'aria di essere la cabina di una nave, spoglia, con muri e mobili metallici, senza suppellettili di sorta, il suo letto altro non era su una robusta tela tesa su un telaio d'acciaio. Si mise a sedere ed ascoltò il classico rumore della sala macchine, si trovava a bordo di una nave non c'era dubbio alcuno. Non sapeva cosa fare, così si alzò, aprì la porta d'alluminio e si ritrovò in un lungo corridoio illuminato dalla stessa luce azzurrina, lo percorse seguendo un chiarore che gli sembrava di intravedere verso la fine, sentì un sommesso chiacchiericcio del quale non riuscì a distinguere una parola, ma probabilmente non parlavano nella sua lingua, passando accanto ad un pannello elettrico con lo sportello in vetro notò che le targhette con le scritte sui vari interruttori riportavano caratteri cirillici, dunque quello era un sottomarino russo. Continuò a camminare finché la luce non si fece più intensa ed il chiacchiericcio più forte ed all'improvviso si ritrovò in quella che aveva tutta l'aria di essere la sala di comando; abbastanza spaziosa rispetto a quello che si era immaginato, al posto di comando si trovava una ragazza in calzoncini blu a camicia bianca, un'altra ragazza in bikini si trovava seduta davanti ad uno schermo che mandava strani segnali verdi intermittenti ed appariva intenta ad ascoltare una cuffia che teneva ben stretta sulle orecchie, una terza con bermuda rossi e top giallo di un bikini faceva scattare degli interruttori su un pannello a soffitto, fu questa a vederlo per prima, non disse una parola, come un fulmine allungo una mano verso i comandi di un pannello a tavolo ed impugnò una pistola, il rumore metallico attirò l'attenzione delle altre due che una volta constatato che la loro collega lo teneva sotto tirò ritornarono tranquillamente alle loro occupazioni, la ragazza con la camicia bianca pronunciò una sola parola, per lui incomprensibile, ed immediatamente la ragazza con la pistola lo spinse fuori senza troppi complimenti, lo costrinse a percorrere a ritroso il corridoio dal quale era venuto e lo invito con modi spicci ad entrare in una cabina, dopodiché richiuse la porta alle sue spalle.

La stanza era spoglia, come il resto del battello d'altro canto alle pareti qualche immagine di vecchie navi, un orologio a ventiquattro numeri, al centro una scrivania in legno inchiavardata al pavimento metallico ma ricoperta da una soffice moquette verde, dietro la scrivania una grande poltrona di pelle nera, davanti una piccola poltrona di pelle marrone, sulla scrivania una lampada stile Old America avvitata al piano in legno consunto ma ancora in buono stato, alcune variopinte cartellette, qualche penna ed un computer portatile. mentre osservava tutto questo la porta si aprì lasciando entrare la ragazza dalla camicia bianca, la quale lo ignorò ed andò a sedersi sulla grande poltrona nera. Watson la osservò bene, non doveva avere pi— di venticinque anni, era alta poco meno di lui, quindi pi— di un metro e settanta e meno di uno ed ottanta, aveva capelli castani lunghi fino alle spalle raccolti in una coda di cavallo, sembrava snella ed asciutta, il volto aveva un espressione dura ma non era spigoloso; gli indicò la piccola poltrona marrone e lui si sedette.

 "Il suo nome ?" - chiese fissandolo.
 "George Watson" - rispose meccanicamente.
 "Professione ?".
 "Avvocato".
 "Ah !" - disse con soddisfazione.
 "Allora probabilmente riusciremo ad intenderci, in qualche modo".
 Parlava l'inglese perfettamente ma alcune parole avevano una leggera inflessione francese o forse italiana.
 "Dove mi trovo? Perché mi trattenete?"
 "Calma Signor Watson, calma. Queste sono domande alle quali non posso rispondere; per un deplorevole errore lei non ha subito il trattamento anestetico che invece Š stato somministrato ai suoi amici, le mie collaboratrici hanno ritenuto che essendo lei sveglio al momento del recupero non avrebbe avuto alcun senso sedarla".

Solamente in quel momento penso a sua moglie ed ai suoi amici.

"Stanno tutti bene, Signor Watson" - disse come se gli avesse letto nel pensiero - "con loro è tutto più semplice non hanno mai ripreso conoscenza e non vedranno mai tutto questo" - allargò le braccia indicando le pareti - "invece lei ha visto"; un brivido lo percorse, stava per dirgli che avrebbero dovuto eliminarlo? Ma la ragazza proseguì - "Possiamo fare un accordo vantaggioso per entrambi ?".
 "Dovrei tacere?"
 "In cambio della vita sua e dei suoi amici".
 "Chi siete?" - La ragazza alzò il volto al cielo e non rispose - "Che senso ha tutto questo?" - la ragazza sospirò.
 "Signor Watson, noi abbiamo interrotto la nostra missione per salvarvi, abbiamo infranto la nostra tabella di marcia e siamo venute meno alle nostre regole di sicurezza, non abbia a farci pentire di tutto questo, avremmo potuto ignorarvi, lasciarvi morire in mezzo all'oceano ed evitarci un cumulo di problemi" - il suo tono si era fatto leggermente più aggressivo - "Lei ha contratto un debito nei nostri confronti, il prezzo che le chiediamo non mi sembra esagerato".
 "Ma cosa farete voi del mio silenzio, dove siete diretti e per fare cosa, forse invece è meglio parlare è meglio che qualcuno vi fermi".
 "Signor Watson" - disse la ragazza con fare paziente - "mi dica, perché avremmo dovuto rischiare tanto per salvarvi se fossimo stati dei cattivi diretti a far danno chissà dove? Lei è qui di fronte a me, ed io sto facendo di tutto per cercare di salvarle la vita".
 "Okay, sono buone argomentazioni, ma chi vi garantisce che io non faccia finta di accettare l'accordo e poi una volta in salvo non spifferi tutto alle autorità del mio paese".
 "Nessuno" - fu la risposta che lasciò Watson interdetto - "E` un accordo fiduciario tra lei e me. Se io la lascerò andare fidandomi della sua parole metterò la vita delle mie ragazze e mia nelle sue mani" - fece una pausa - "rifletta Signor Watson, abbiamo il rendez-vous tra un'ora" - si girò ed uscì.

Watson rifletté su quello strano comportamento, sembrava davvero che stessero facendo di tutto per salvargli la vita, in fin dei conti era vero che nessuno li aveva costretti a trarli in salvo. Rimuginò su questo e su altro. Se sua moglie e gli altri due non avevano mai ripreso conoscenza, lui era l'unico ad avere visto tutto e pertanto era possibile che nessuno gli avrebbe creduto, figurarsi un sottomarino russo con equipaggio femminile in bikini, sicuramente avrebbero creduto ad un colpo di sole, lo avrebbero preso per un visionario ma, c'era un ma, qualcuno certamente, oltre quelle ragazze, sapeva dell'esistente di quel sottomarino, non è un gingillo alla portata di tutti solamente poche nazioni al mondo possono permettersi mezzi così sofisticati, se quelle voci fossero giunte alle orecchie sbagliate, alle orecchie di chi fosse stato in grado di capire che quel racconto non era frutto di una visione derivante dalla lunga esposizione al sole? Probabilmente avrebbe mandato qualche agente segreto a far la pelle a lui, alla moglie ed ai suoi amici, e probabilmente anche alla ragazze che avevano interrotto la loro missione per portare soccorso a quattro sprovveduti marinai improvvisati. Ecco cosa aveva voluto dirgli poco prima.

Era un avvocato, abituato a scendere a compromessi, gli sembrò non ci fossero alternative; quando la porta si riaprì la ragazza con la camicia bianca aveva in mano una pistola cromata, con la canna rivolta verso il basso - "Ha deciso, Signor Watson?".
 "D'accordo. Non vi ho mai viste, non esistete" - notò con soddisfazione il dito della ragazza che, con discrezione, reinseriva la sicura della pistola, poi sparì richiudendosi la porta alle spalle.

Will, Pamela e Dorothy erano di nuovo sdraiati sulla chiglia del Falcon II mentre lui osservava due ragazze tornare a nuoto verso il sommergibile, infilarsi nel portello alla base della torretta e chiuderlo. Una delle ragazze si era introdotta all'interno del Falcon II constatando la presenza di una sacca d'aria che aveva preservato gli strumenti di comunicazione, pertanto non dovette fare altro che innescare il congegno di soccorso automatico e risalire in superficie, il congegno avrebbe inviato un segnale di soccorso costante ed entro poche ore qualcuno si sarebbe fatto vivo, Watson avrebbe semplicemente dovuto dire che era stato lui a tuffarsi ed azionare il dispositivo, in realtà non ci avrebbe mai pensato, anche perché, strano a dirsi, non sapeva nuotare.

La ragazza con la camicia bianca si trovava in cima alla torretta e scrutava l'orizzonte con il binocolo, finché non fece un cenno con la mano; Watson solamente allora comprese quanto aveva fatto per lui ed urlò "Grazie" con quanto fiato aveva in gola, udii il clangore del portello metallico che si chiudeva sulla torretta e si chiese se lo avesse sentito. Il mostro d'acciaio prese ad allontanarsi dal Falcon e quando si trovava ormai a mezzo miglio da loro si immerse nelle profondità dell'oceano. Dopo alcuni minuti si addormentò. Venne svegliato dal rombo di un motore d’aereo. Si guardò intorno e si rese conto di avere sognato ogni cosa.

Dopo sette ore un idrovolante con le insegne della guardia costiera australiana fece una virata stretta e rumorosa sul relitto, dopodiché ammarò a circa duecento metri, mise in mare una lancia e recuperò i quattro sfortunati velisti, dopo una virata per rimettersi in rotta ripassò su quel che rimaneva del Falcon II per dirigere verso Gold Coast da dove era decollato. Watson gettò un ultima triste occhiata alla sua bella barca dai finestrini del velivolo e fu in quel momento che vide di nuovo la piccola scia bianca, aguzzò la vista, e riconobbe il periscopio a meno di cento metri dalla sua barca da quell'altezza gli sembrò anche di vedere sottacqua l'enorme mole scura della nave subacquea.

1 Novembre 1999

Ultimo aggiornamento ( sabato 07 aprile 2007 )
 
Toledo
Scritto da Administrator   
giovedė 05 aprile 2007

Toledo 15 Aprile 1521

"Ci bruceranno, ci bruceranno ... " - continuava a ripetere Juanita in preda ad un terrore cieco, rannicchiata in un cantuccio della cella. Era sempre stata la più debole, la più propensa a lasciarsi prendere dal fattore umano.

"Piantala !" - Manuela era da sempre la più forte, l'animo duro, sempre pronta a sputare in faccia alla morte.

La cella, piccola e maleodorante, si trovava nei sotterranei del palazzo di giustizia di Toledo, non c'erano finestre, il pavimento era ricoperto di paglia sporca e putrida, la quale chissà quanti altri disgraziati condannati aveva ospitato su di se, l'unico contatto con l'esterno era la porta d'accesso, dalla quale ogni giorno, attraverso uno sportellino, veniva introdotta una scodella di minestra ed un pezzo di pane. Nel buio dell'ambiente non era facile raggiungere il cibo prima dei topi e per giorni l'unica cosa che riuscirono a mangiare furono pezzi di pane rosicchiato. Non ci è dato sapere quanto durò questa tortura psicologica, il cui unico scopo era indebolire fisicamente e mentalmente i condannati, perché al momento dell'esecuzione non fossero spavaldi e magari, obnubilati dalla fame e dalle privazioni, confessassero i loro, quasi sempre fantastici, crimini.

Alfine la porta venne spalancata ed una lama di luce colpì le prigioniere accecandole, non erano in grado di camminare e furono trascinate nel porticato del tribunale. Vennero spogliate e forse derise, sballottate da un soldato all'altro ed infine vestite col sambenito  che le avrebbe accompagnate sul rogo, una tunica giallastra legata in vita da una cordicella. Un domenicano le avvicinò invitandole a pentirsi dei loro peccati; Juanita non era in grado di comprendere, Manuela, come destatasi improvvisamente, afferrò il domenicano per il saio e gli urlò in faccia con impressionante energia: "Dio ci salverà padre, lei ne sarà testimone, è questo il compito che oggi il suo Signore le affida, noi siamo solo piccoli ingranaggi di una Grande Strategia", un calcio assestatole da un soldato la fece volare via.

Il corteo era pronto, due file di alabardieri precedevano i funzionari del Santo Uffizio, vestiti di nero, con la croce verde dell'Inquisizione sul petto, seguivano alcuni preti, l'Arcivescovo di Toledo, infine i condannati. Le due donne, nonostante tutto, marciavano ancora erette; le torture, la fame, il buio, non le avevano piegate più di tanto.

Il cielo era terso, il clima piacevole, un leggero venticello rinfrescava la folla urlante, era proprio una giornata ideale per una festa paesana.

Arrivati sulla piazza designata venne celebrata una messa e le due condannate poste sulle pire. Gli vennero tolti i cappucci perché la gente potesse vedere il terrore nei loro occhi, ma quel che vide furono soltanto due paia di occhi fieri.

Il Primo Inquisitore accese la torcia e dando le spalle alla folla la alzò al cielo, apprestandosi ad incendiare le pire. In quel momento, d'improvviso, un violento colpo di vento spense la torcia tra lo stupore generale, un rombo simile ad un tuono lontano si insinuò tra i vicoli della città, un fulmine piovve solitario ad incenerire il Primo Inquisitore.

La folla iniziò ad urlare, molta a fuggire, i muli, i cavalli, i cani, tutti gli animali persero la loro tranquillità e presero a fuggire dai padroni; una ragazza uscì dalla turba, afferrò la spada di un esterrefatto soldato, si diresse verso il corpo, ancora fumante, del Primo Inquisitore, posò un ginocchio sul terreno, alzò la spada al cielo, che sembrò brillare di una vivida luce ed infine la calò pesantemente. Il colpo echeggiò, la terra prese a tremare e si aprì lungo la direttrice segnata dalla spada, inghiottendo il corpo dell'Inquisitore.

La ragazza della folla salì rapidamente sulle pire, sciolse le due condannate e tutte e tre si mischiarono alla folla terrorizzata e fuggirono lontano, attraversando i campi verso Nord. guadarono in qualche modo il Tago, attraversarono la Meseta e raggiunsero Madrid1.

Nessuno seppe più nulla di loro ma per mesi un piccolo frate domenicano vagò nei dintorni di Toledo vaneggiando qualcosa a proposito di fulmini, roghi e Grandi Strategie.

1 Le cronache dell’epoca parlano effettivamente di due presunte streghe condannate al rogo, le stesse cronache, però, non riportano, a differenza del normale, nessuna notizia circa l’avvenuta esecuzione della sentenza.

Roma 8 Dicembre 1997

Ultimo aggiornamento ( venerdė 06 aprile 2007 )
 
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