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Il Colore delle Notti di Luna Piena
Scritto da Administrator   
giovedž 05 aprile 2007

Era quella la notte, la notte che aspettava da tempo, la notte che, ne era sicuro, avrebbe dato un senso alla sua vita. Quella notte aveva il colore dei suoi occhi, il colore delle notti di Luna Piena, il colore puro dell'immensità.

Il cielo ed il mare si confondevano all'orizzonte e solamente una sottile striscia argentea scopriva di quando in quando il confine. Nulla se non il rumore monotono e ritmato della risacca disturbava l'oscurità, un refolo di vento improvviso e fugace sollevò qualche granello di sabbia ed una foglia, che per un attimo lambì la Luna, ricadendo poi nell'oblio dal quale era venuta. Era quella la notte, ne era sicuro. La notte in cui lei sarebbe tornata.

Era pulita la notte, niente nuvole, le stelle ordinatamente disposte e la Luna; spandeva i suoi raggi dando ad ogni cosa un colore particolare, magico.

Qualcosa si mosse nel cielo, una piccola scia di luce solcò l'infinito e cadde nel mare, una stella cadente. Doveva essere lei, doveva. Sentiva che non gli restava molto tempo, quarantacinque anni sono lunghi da trascorrere, sono lunghi aspettando, ma adesso non poteva più attendere, quella notte per lui sarebbe stata forse l'ultima e quella doveva essere la notte giusta, non era sicuro di poter vivere un'altra luna, non sapeva se avrebbe potuto aspettarla ancora. La piccola stella era sparita lontana nel mare, avrebbe impiegato un pò a raggiungere la riva ma mancava ancora molto all'alba, poteva permettersi di sperare.

Ogni giorno rivedeva il suo volto in quella foto appesa al muro, il suo bel viso triste e radioso ed ogni volta non poteva fare a meno di pensare all'ultima occasione in cui l'aveva vista: le sue fattezze delicate, i suoi lineamenti dolci, i capelli biondi sciolti sulle spalle, l'espressione serena di chi aveva fatto della gioia di vivere un modus vivendi irrinunciabile, un sorriso appena accennato, la pelle rosea nonostante tutto, un attimo prima che la bara fosse chiusa.

In quasi mezzo secolo quelle due immagini non lo avevano abbandonato mai. Aveva sempre rifiutato l'idea della sua morte, lui che non aveva mai veramente creduto nell'esistenza di un seguito alla vita corporea non aveva trovato altro che aggrapparsi a quella che riteneva solo una diceria, non poteva neppure pensare di prendere in considerazione l'ipotesi che lei fosse finita, che tutto ciò che rimanesse della sua musa fosse un nome su una lapide ed un mucchio d'ossa. La vita doveva necessariamente nascondere qualcosa di più, lei era troppo bella e perfetta da non poter accettare l'idea che fosse svanita. Lui credeva che un uomo sopravvivesse alla sua morte attraverso le sue opere, un artista attraverso le sue arti, e qualsiasi uomo attraverso la sua progenie. Ma lei era morta troppo presto, non aveva avuto tempo di lasciare traccia di se, si era veramente dissolta nel nulla ? No, non lo credeva, e per questo la aspettava ad ogni luna, sulla loro spiaggia, aspettava che la notte assumesse il colore dei suoi occhi, di quegli occhi che lo avevano stregato, ed era sicuro che quando il colore fosse stato giusto sarebbe apparsa, per spiegargli i misteri dell'eternità.

E quella notte il colore era giusto.

Allorché‚ vide qualcosa muoversi nelle acque non seppe dire quanto tempo fosse passato, si era perso nei suoi pensieri, la vecchiaia e la stanchezza avevano fatto il resto.

Apparve come in un sogno, uscì dai flutti fresca e giovane come il giorno in cui l'aveva lasciato, si passò le mani tra i capelli strizzandoli com’era solita fare, il corpo perfetto scolpito nella carne, con il suo bikini rosa. L'aveva attesa per quarantacinque anni ed adesso che la vedeva avvicinarsi sentì la saliva sparirgli e la voce strozzarsi in gola. Era un miraggio? La sua mente stanca, ottenebrata dalla malattia gli stava mostrando ciò che avrebbe voluto vedere o si limitava a registrare una realtà?

Stese meglio sulla sabbia il suo asciugamano preferito, quello che aveva conservato gelosamente, quello che aveva steso ad ogni luna. Avanzò leggiadra nella sabbia senza lasciare impronte, il suo corpo senza peso si sdraiò accanto a lui senza dire nulla. Avrebbe voluto farle tante di quelle domande, per ogni giorno d’attesa aveva una domanda diversa, eppure non sapeva cosa dire, aveva paura di parlare, paura che quella visione sparisse tra i flutti della razionalità. Decise che non avrebbe fiatato, sarebbe rimasto lì a contemplarla incredulo. Se lei avesse voluto dire qualcosa l'avrebbe ascoltata.

Un improvviso bagliore annunciò i primi raggi di Sole, il colore del cielo era ormai impuro e la sua splendida visione era destinata a sparire definitivamente.

Neppure quando la vide alzarsi per riprendere la via del mare seppe cosa fare, aveva atteso così a lungo quel momento e tutto stava per sfuggirli di mano, stava per perdere l'occasione della sua eternità. Scattò in piedi che già l'acqua le lambiva le caviglie, la chiamò ma quel nome non uscì dalla sua bocca, non era in grado di emettere suoni ma lei si girò e si rese conto che avrebbe potuto comprenderla solamente guardandola. La avvicinò, sfiorò la sua guancia e rimase sorpreso nel sentirla calda e morbida, accarezzò i suoi capelli e la guardò negli occhi alla ricerca di una risposta, in quegli occhi blu che avevano catturato il colore delle notti di Luna Piena; gli apparvero come due oblò aperti sull'universo, vide stelle e pianeti muoversi velocemente, tutta una serie d’immagini incomprensibili quasi lo stordirono ed inaspettatamente credette di comprendere la legge unica del creato.  Senza un perché‚ si girò a guardare la spiaggia e si vide esanime sull'asciugamano, era morto, senza rendersene conto. Si guardò le mani incredulo, erano lisce e chiare come un tempo, niente rughe né macchie.

E lei parlò !

"Solo la morte avrebbe potuto spiegarti ciò che la tua mente chiedeva, sono tornata per portarti via con me."

"Dove andiamo ?" - chiese, ma non gli importava sapere la risposta.

Ovunque fossero andati, là c'era lei.

Non avrebbe avuto bisogno di altro.

Roma 28 Gennaio 1996
 

Ultimo aggiornamento ( giovedž 05 aprile 2007 )
 
Bermuda
Scritto da Administrator   
giovedž 05 aprile 2007

"Ci hanno visto ?".
"No, credo di no. Proseguono sulla loro rotta".
"D'accordo procediamo come stabilito".
"Ormai ci siamo allontanati abbastanza dalla Guadalupa, ci scambieranno per qualche peschereccio o per qualche yacht di turisti".
"Speriamo, l'MGL ha bisogno di questi soldi".
"Non riuscirete mai a rendere indipendente la vostra terra contrabbandando Rum".
"Il Movimento per la Guadalupa Libera non contrabbanda Rum".
"Al, abbiamo la stiva piena di barili di liquore da scaricare sulle coste della Florida in cambio di dollari ...".
"Quei dollari ci servono per finanziare il Movimento. Dove siamo ?".
"Sull'Abisso Milwakee. Domattina supereremo il Tropico del Cancro".
"Svegliami quando siamo in vista delle Bahama".

La Guadalupa è un piccolo stato prospero situato nel Mar Caraibico. Politicamente è legato alla Francia, considerato un Dipartimento d'Oltremare, riconosce il presidente francese ed è amministrato da un commissario di stato. L'MGL, ossia il Movimento per la Guadalupa Libera, vorrebbe l'indipendenza dalla Francia ed il diritto di autodeterminazione, sebbene sia riconosciuta come forza politica non accantona i suoi progetti eversivi finanziandosi nei modi più disparati, uno dei quali è il contrabbando di Rum verso le coste della Florida.

Chuck non dormiva mai durante quei viaggi, sapeva perfettamente che l'equipaggio non era dei migliori, spesso si addormentavano ai posti di manovra, o magari erano ubriachi. Superare le barriere di sorveglianza dei vari stati caraibici era uno scherzetto in confronto alla guardia costiera statunitense, le bianche e rosse barche della Coast Guard erano l'incubo dei loro viaggi periodici. Non erano mai stati colti in flagrante ma molte volte avevano visto in lontananza le barche dei guardiani.

Tra l'altro Chuck adorava appoggiarsi alle balaustre e fumarsi una sigaretta dietro l'altra fin quando il Sole non si decideva a sorgere, allora raggiungeva la sua cuccetta e si sdraiava addormentandosi immediatamente.

Era circa l'una quando sentì il gracchiare della vecchia radio Berlitz1, entrò nella saletta delle comunicazioni e si infilò la cuffia. Sorseggiò del caffè dalla tazza che aveva lasciato sull'apparecchio ed iniziò la regolazione dello Squelch. Udì delle voci concitate, delle voci familiari, ascoltò ancora, ci mancò poco che ingoiasse la sigaretta. Aveva riconosciuto la voce.

"Del, sei tu ?".
Un silenzio seguì, poi : "Si, sono Del, chi sei ?".
"Chuck, sono Chuck. Del sono ... ma che succede ?".
"Siamo in una tempesta Chuck, non ci capiamo niente, l'ago della bussola frulla, deve essere colpa dei fulmini, non ne ho mai visti tanti tutti insieme, sembrano venire da ogni parte, sembrano persino uscire dal mare. Dobbiamo essere incappati in un tifone. Dateci una mano ad uscirne".
"Del, da quanto siete nella tempesta ?".
"Un paio d'ore. Ci è arrivata addosso all'improvviso, il bollettino non ne aveva parlato".
 Chuck mollò la radio e corse sottocoperta, tempestò di pugni la porta di Al che apparve sulla soglia in vestaglia ed agitato.
"La Coast ?" - disse immediatamente.
"No".
Attese mutamente una motivazione.
"Ho Del sulla radio".
"Ma va a quel paese" - stava per sbattergli la porta in faccia ma Chuck si oppose ripetendo : "Ho Del sulla radio".
Al lo guardò incredulo.
"Senti Chuck, non me la prendo se hai bevuto un pò, adesso però smettila".
Chuck lo afferrò per il bavero della vestaglia e lo scaraventò nel corridoio.
"Vieni a controllare".
"Chuck, se questo è uno scherzo ti costerà caro".
I due risalirono le scalette.
Al prese riluttante la cuffia ed il microfono.
"Del, sono Al".
"Per la miseria Al, veniteci a prendere".
La cuffia cadde sul pavimento, Al si alzò indietreggiando.
"Ma è morto" - disse alla fine.
"No, Al è un disperso, il suo corpo non è mai stato ritrovato".
"Dio Santo i relitti della sua nave sono stati trovati sulle spiagge di Nassau dieci anni fa".
Chuck prese il microfono.
"Del dammi l'ultima posizione che avete".
"Quando è cominciata la festa eravamo a 65 e 46 Est e 28 e 36 Nord".
"Pieno Triangolo" - sussurrò Chuck - "Stiamo arrivando".
"Ma dove ?" - sbottò Al.
"Abbiamo un carico ed un appuntamento e non possiamo correre dietro ad una voce roca. Chi ci assicura che sia veramente lui".

Chuck lo guardò con rabbia, afferrò il comunicatore interno e dettò le coordinate appena trascritte, Al non lo fermò.

Il cabinato virò decisamente e si gettò nella mischia. All'alba si trovavano nel luogo indicato. Il mare era liscio, il cielo limpido e non c'era stato più alcun contatto radio. D'improvviso risuonò nell'aria il segnale di collisione imminente. Al e Chuck si guardarono intorno ma non videro nulla, salirono in cabina di comando a chiedere spiegazioni.

"Era lì capo" - farfugliava il timoniere - "Proprio lì"
"Cos'era ?".
"Una Liberty" - gesticolava - "stava lì, era gigantesca".
"La nave di Del era una Liberty".
"Là !" - urlò qualcuno, nuovamente il segnale di collisione scattò.

Davanti a loro si stagliò la sagoma scura e non identificabile di una nave. Erano sotto bordo e si sarebbero schiantati contro la chiglia. Il timoniere dette un colpo secco alla ruota del timone, la barca rispose immediatamente alla frustata, piegò quasi ad angolo retto e cozzò di striscio contro la murata, venne sbalzata via, la prua si sollevò e ricadde alzando un nugolo di schiuma che piombò sulla coperta.

Quando la situazione fu sotto controllo si guardarono negli occhi. Erano soli nell'immenso oceano. A testimonianza del fantomatico contatto solamente le balaustre di tribordo piegate ed in parte divelte.

"Inverti la rotta e allontaniamoci" - era Al a parlare al timoniere.

Chuck non si oppose, il suo sguardo era perso nell'oceano e la sua mente stava cercando di stabilire se quello che vedeva era reale oppure no. Un paio di miglia davanti a loro, tra il pelo dell'acqua e l'oceano era come se una tenda si aprisse e chiudesse, una specie di miraggio, appena si apriva uno spiraglio fulmini e saette ne schizzavano fuori e la bussola impazziva, il cielo all'orizzonte sembrava un sipario mal chiuso che ondeggiava nel vento.

"Non c'è controllo" - gridò il timoniere.

La piccola imbarcazione lasciata a se stessa si dirigeva come irresistibilmente attratta verso quell'anomalia, nessuno a bordo ebbe il coraggio di fiatare. Lo yacht oltrepassò quel limite che prima appariva come la porta dell'inferno ma nulla accadde, il timoniere teneva le mani sugli strumenti, Chuck guardava avanti in attesa di un segnale, ed intanto il battello continuava ad avanzare.

D'improvviso si scatenò l'inferno, il cielo si oscurò, il mare esplose in cavalloni giganteschi, fulmini e saette solcavano il cielo nero, un cambiamento così repentino non potevano essere frutto della natura.

Tra lo stupore generale scattò nuovamente il segnale di collisione imminente.

Chuck si trovò sbattuto sulla parete di dritta unitamente ad Al, il timoniere tutto intento a virare per evitare una grossa nave di prora, la collisione fu evitata giusto per qualche metro, ma la grossa onda prodotta dalla nave si riverso sulla piccola imbarcazione ed agitò il mare intorno facendola quasi capovolgere, tuttavia Chuck riuscì a leggere il nome sulla fiancata: SS Cotopaxi2. Continuarono a ballare in quella tempesta per almeno quattro ore, poi improvvisamente come era iniziata finì, tutto tornò calmo e silente, il mare piatto il cielo pulito, l'ago della bussola segnava sempre Nord, qualsiasi fosse la posizione del timone, udirono un rumore sordo e lontano, poi sempre più vicino finché‚ l'inconfondibile sagoma di un C-119 non li sorvolò.

In cielo non c'era il Sole ma una luce diffusa senza un punto d'origine preciso, l'acqua era immota, totale assenza di correnti e di vento, decisero di fissare il timone e di procedere sempre nella stessa direzione ignorando la bussola d'altronde qualsiasi direzione avessero scelto da qualche parte sarebbero approdati, a Sud c'era Santo Domingo, ad Ovest la Florida, a Nord gli Stati Uniti o le Bahamas, ad Est l'Oceano Atlantico battuto da molte navi. Molti uomini dell'equipaggio scesero sottocoperta per riposare, Al Chuck ed il timoniere rimasero in cabina. D'un tratto il motore si spense, anche quell'ultimo rumore si affievolì prima che il timoniere dicesse: "Carburante finito", eppure ne avevano imbarcato a sufficienza per arrivare negli Stati Uniti, non poteva essere già finito. Chuck diede un'occhiata al cipollone di suo nonno: "Se quest'affare non mente siamo andati dritti per trentasei ore".

Al lo fissò: "Ma se ancora deve tramontare il Sole".
"Evidentemente qui il Sole non tramonta" - rispose Chuck.
Si addormentarono e non è possibile stabilire quanto dormirono ma delle urla li destarono.
"Ehi della barca!".

Chuck si tirò su dal pavimento della cabina, uscì sul ponte e raggiunse la prua, lì davanti mollemente adagiato sulle acque si trovava un idrovolante Martin Mariner con le insegne della US Navy, un uomo si sbracciava dalla cabina di pilotaggio, altri due dalle ali. In tutto dieci uomini, vennero presi a bordo e ristorati. Si guardavano intorno un pò spauriti.

Non fu semplice far capire a quei dieci uomini che erano passati trent’anni dalla loro scomparsa ma fu meno difficile del previsto, anche loro avevano notato le strane anomalie, il Sole assente, l'indefinita durata del giorno.

Chuck rimuginava pensieroso sul ponte, avevano due galloni di carburante di riserva, quindi un autonomia di una ventina di miglia, doveva usarle bene. Del era sparito nel Triangolo dieci anni prima e dopo due anni alcuni rottami della sua nave furono ritrovati su un'isola, questo voleva dire che in qualche modo quei rottami erano usciti dal quel limbo in un modo o nell'altro.

Improvvisamente il cielo si fece rosso, una palla di fuoco precipitò in acqua ad un paio di miglia da loro, il mare sembrò ribollire, si increspò, grosse onde cominciarono a formarsi, il primo a farne le spese fu Il Martin Mariner, non adatto a reggere il mare, ai primi cavalloni si piegò da un lato ed andò giù sotto gli occhi lucidi del suo equipaggio.

"Aziona la riserva e via di qua" - urlò Chuck.
L'imbarcazione si mosse mentre l'atmosfera diventava sempre più calda ed irrespirabile, il mare sempre più grosso.
"A mare tutto il superfluo" - urlò Al.
Anche i cinquanta barili di Rum vennero scaricati.
Il fortunale improvviso li sballottava da una parte e dall'altra, la piccola nave si batteva con vigore ma alla lunga era destinata a soccombere, anche la riserva finì e barca ed equipaggio rimasero in balia della tempesta.

Quando la motovedetta della Coast Guard notò la piccola imbarcazione apparentemente alla deriva cercò di mettersi in comunicazione via radio ma falliti tutti i tentativi la avvicinò. A bordo trovarono dieci persone. Cinque membri dell'equipaggio e cinque uomini dell'aviazione.

Tutti raccontarono di essersi trovati in mezzo ad una formidabile tempesta.

Nessuno a bordo ricordava come ne fossero usciti.

Il servizio meteorologico non aveva registrato alcuna tempesta degna di nota negli ultimi sei mesi.

1  Charles Berlitz. Autore di uno dei più importanti e completi studi sulle sparizioni verificatesi nel Triangolo delle Bermuda, pubblicato nel 1974 con il titolo originale di “The Bermuda Triangle”
2 Svanita durante la navigazione fra Charleston e l’Avana nel 1925

Roma 4 Gennaio 1996

Ultimo aggiornamento ( giovedž 05 aprile 2007 )
 
Frankfurter Zeitung
Scritto da Administrator   
giovedž 05 aprile 2007

Stazione ferroviaria di Plzen,
Cecoslovacchia.
Agosto 1969.

Altoparlante: "Treno Espresso 307, Francoforte, Norimberga, Praga. In arrivo al binario 3".

Una possente V200 faceva il suo ingresso trionfale nella piccola stazione di Plzen al traino di circa dodici rilucenti carrozze delle Deutsche Bundesbahn, sul binario 2 un convoglio di quattro grigie carrozze al seguito di un arrugginito loco a vapore delle Ceskoslovenenske Statni Drahy si cominciava a muovere lentamente.

Sul marciapiede del binario 3 non c'era quasi nessuno,  la fermata di Plzen era una pura sosta tecnica sulla via di Praga. Tra le poche persone spiccavano due individui infagottati, alquanto seriosi. Sembravano due spie e difatti lo erano.

"Sei sicuro che sia su questo treno ?" - chiese uno dei due.

"Il dispaccio era molto chiaro" - infilò una mano in tasca e ne trasse un piccolo foglio ripiegato. Lo dispiegò e lo passò ad Ivan che poté leggerlo.
 
<< Segnalata presenza agente MI5 su treno 307 da Francoforte >>.

Sulla parete destra dell'ufficio campeggiava una fotografia gigante dei glutei della povera cameriera, il negativo era stato fatto stampare al contrario ed il compagno Ivan spiegava al compagno capo Dimitri cosa avevano scoperto.

"Vede" - indicava con il dito una fila di numeri sulla zona destra del gluteo sinistro - "questi sono i risultati di una serie di partite e qui" - indicò la zona sinistra dello stesso gluteo - "abbiamo i nomi delle squadre".

"Ingegnoso" - esclamò Dimitri - "Davvero ingegnoso come codice".

Ivan tossì - "Non è un codice signore" - Dimitri lo guardò con stupore - "Abbiamo controllato. Quelli sono veramente i risultati delle partite della scorsa settimana della Lega Tedesca. A meno che, signore, non vogliamo pensare che gli occidentali abbiamo volutamente alterato tutte le partite della Bundes Liga per creare questo codice".

Dimitri si fermò un attimo a pensare. Era possibile? No, decisamente.

"Ma allora ... si insomma, come diavolo sono finiti lì ?".

"Ecco, secondo la nostra ricostruzione, la signorina Hart alcuni chilometri prima della frontiera ha usufruito della toilette del treno e per motivi igienici ha ritenuto opportuno ricoprire la tavoletta con una copia del Franfurter Zeitung di quella mattina che si era fatta prestare dal capo cuccettista. Vede quell'articolo sul gluteo destro" - Ivan lo vedeva - "Ebbene corrisponde. Non sto a spiegarle come è chimicamente avvenuto il travaso, forse l'inchiostro era ancora fresco, sta di fatto che parte della pagina si è trasferita sui glutei della signorina in maniera rovesciata, come in uno specchio, per questo abbiamo dovuto stampare al contrario il negativo e per questo l'agente Kucharova ha pensato a qualcosa di segreto1" .

Dimitri si lasciò cadere pesantemente sulla poltrona esclamando: "Mio Dio, che figura".

Ivan richiamò la sua attenzione con un cenno della mano e quando la ebbe sussurrò: "Capo, noi siamo atei, per legge".

Dimitri lo fissò un attimo, poi fissò la lampada della scrivania che probabilmente nascondeva un microfono ed esclamò a voce più alta di prima "Per Lenin, che figura" - poi si coprì il volto con una mano.

Rimase così alcuni secondi, poi come folgorato urlò: "Ed il beauty case? Avete controllato di cosa si trattava ?".

Ivan arrossì.

"Certo signore".
"Ebbene ?".
"Ecco si trattava di" - inspirò profondamente - "Si trattava di preservativi".
"Eh ?" - il capo Dimitri non aveva capito.
"Anticoncezionali signore" - disse deciso Ivan.
Dimitri frustò il braccio - "Sarebbe a dire ?".
Ivan si rassegnò, bisognava proprio dirgli tutto, in effetti neanche a lui era risultata chiara la cosa di primo acchito.
"Vede, signore, gli occidentali li usano per" - riprese fiato, poi ebbe la pensata - "Per il controllo delle nascite, signore".
Dimitri lo fissava.
"Per non fare bambini" - specificò Ivan.
"E come ?" - chiese ingenuamente Dimitri.
Al che Ivan si sedette sulla poltrona e cominciò a sudare.
"Loro, gli occidentali, usano quei cosi per" - si grattò la testa cercando la formula giusta - "come ..." - no nemmeno questa, forse più direttamente - "Li mettono ... " - non ne aveva il coraggio.
"Dove Dimitri ?".
"Sul ... " - il suo volto diventò fosforescente.
Dimitri capì, spalancò la bocca e disse solamente "Sul ?".
"Esatto, signore".
"Per quello che penso io, Ivan ?".
"Credo proprio di sì" - sospirò Ivan rinfrancato.
"E funzionano ?".
"Sembra di si".
"Oddio, ingegnoso".
"Signore" - sussurrò tra i denti Ivan.
"Ah, già" - rispose sempre tra i denti Dimitri - "Oh Lenin, che depravati" - urlò in direzione della lampada" - poi seguitò - "Li avete sequestrati".
"Si".
"Bene" - si mosse furtivamente ed accompagnò Ivan in un angolo della stanza. Gli parlò così all'orecchio - "Quanti erano ?".
"Diciotto, signore" - rispose piano Ivan.
"Fanne sparire quindici".
Ivan lo guardò perplesso.
"Cinque sono per te" - gli batté sulle spalle.
Ivan sorrise giulivo - "Grazie, signore !".
Entrambi ritornarono sui loro passi.
"Ma perché la signorina non ci voleva neppure far aprire la borsetta".
"Beh, signore, non è molto edificante per la cameriera della moglie di un Lord ammettere di possedere e far uso di certi artifici, specialmente quando non è sposata".
"Capisco !".
"La faccio rilasciare, signore".
"Certo Ivan, certo".

1 Fatto realmente accaduto in Germania nel 1914.

Roma 1 Maggio 1995

Ultimo aggiornamento ( giovedž 05 aprile 2007 )
 
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