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Storia di due Gatti
Scritto da Administrator   
giovedž 05 aprile 2007

Bianco e Grigio nacquero una calda sera di primavera, sotto la siepe in quell’angolo ombroso di giardino che mamma Gatta aveva scelto. Fu un parto rapido e facile, come spesso avviene per gli animali. Leccando i due gattini appena nati Gatta si accorse subito che mentre Bianco era vispo e vitale Grigio si muoveva di meno ed era anche più piccolo del fratellino. Con il passare dei giorni le cose non cambiarono, Grigio sembrava inappetente, mangiava di meno e si muoveva di meno, così mentre Bianco cresceva forte Grigio rimaneva piccolo e debole, inoltre soltanto un occhio si era aperto, il destro, mentre quello sinistro restava ostinatamente chiuso. Mamma Gatta era preoccupata sapeva che di lì a poco avrebbe dovuto fare una scelta, non poteva permettersi un gattino stanco e debole, ormai Grigio non aveva neanche più la forza di prendere il latte e spesso rimaneva indietro nel loro spostarsi da una parte all’altro del cortile. Finché un giorno….. Grigio rimase lì, sul vialetto d’asfalto, immobile e semisvenuto, mentre Gatta e Bianco proseguivano il loro cammino verso la siepe ombrosa, Gatta non se ne accorse se non quando era già arrivata a destinazione, lasciò Bianco e corse indietro, giusto in tempo per vedere un umano che raccoglieva Grigio dal selciato, Grigio che non reagiva, la testa penzoloni, la bocca aperta, apparentemente morto. L’umano sparì in uno dei portoni con il suo Grigio e lei non poté farci nulla, d’altra parte la vita è dura, Gatta ben lo sapeva, aveva capito che Grigio non sarebbe durato. Tornò mestamente indietro a prendersi cura di Bianco.

Grigio non capiva cosa stesse succedendo, ricordava solamente di essere improvvisamente crollato, il caldo la fatica, ricordava un umano chino su di lui, lo toccava con un pezzo di legno, poi l’oblio. Si svegliò improvvisamente quando sentì un dolore improvviso, aprì l’unico occhio buono e sentì di nuovo un gran dolore, poi ancora, si sentì tirare su, due occhi enormi lo guardavano: “Speriamo che con queste iniezioni si abbassi la febbre” disse l’umano col camice verde “Adesso vediamo l’occhietto” due dita forti e decise gli aprirono a forza quell’occhio che mai aveva visto la luce, subito dopo un liquido freddo e bruciante venne versato dentro. Grigio tentò di ribellarsi ma le forze non glielo permisero, si abbandonò nuovamente all’oblio.

 “Gli metta la pomata nell’occhio mattina e sera e me lo riporti fra tre giorni” udì appena. Quando si svegliò la tenue luce dell’alba filtrava appena attraverso la grata, guardò intorno e vide pareti verdi con piccole feritoie, cercò di richiamare l’attenzione ma i suoi miagolii erano troppo deboli perché qualcuno li udisse, eppure qualcuno li udì. Le sbarre si aprirono, una mano lo afferrò, lo tirò su.

 “La pomata ti ha fatto bene, l’occhio si è schiuso” Grigio sentì di nuovo quella fredda sensazione di bruciore nell’occhio, subito dopo qualcosa di tiepido e dolce colava nella sua bocca, era latte si ma di un sapore diverso da quello di Gatta. Comunque lo mandò giù. Una mano gentile lo adagiò su qualcosa di morbido, sentì un clic. Aprì appena gli occhi, vide di nuovo le pareti verdi, girò la testa quel tanto che gli riuscì e vide davanti a se delle sbarre bianche, la faccia grande e rosa di un umano lo guardava da dietro quelle sbarre.

“Dormi piccolino, sei ancora debole”, - Grigio ubbidì, non poteva fare altro. Gatta non mancava di gettare un’occhiata al portone dove aveva visto l’umano sparire con il suo Grigio, ogni volta che passava lì davanti guardava nella vana speranza di sapere qualcosa del destino del suo sfortunato figlio.

Intanto Bianco cresceva forte, le trotterellava dietro dimentico del fratellino che per così poco tempo aveva diviso con lui il latte materno. La vita di strada era dura ma per loro un po’ meno, nel tranquillo rifugio offerto dal piccolo parco si trovava sempre un riparo dalla pioggia, nel vano di un portone o sotto una delle tante macchine parcheggiate dietro i palazzi; certo il cibo era sempre un problema ma tutto sommato tra le briciole cadute dalle tovaglie sbattute alle finestre, le tante piante che affollavano il giardino e qualche ignaro topolino che di tanto in tanto faceva capoccella dalle grate delle fognature, di fame non sarebbero certo morti; l’unica vera sfida era difendere il territorio. Nel piccolo parco condominiale non c’era posto e cibo per due famiglie di gatti. Spesso Gatta cacciava i pretendenti a quell’angolo di paradiso cittadino, speso si limitava ad osservarli da lontano mentre attraversavano il suo territorio, rubando qualche briciola e proseguendo oltre, al di là della siepe.

Grigio aveva dormito molto in quei tre giorni, non si era accorto del trascorrere del tempo e dell’alternarsi del giorno e della notte. Quel giorno però si accorse che qualcosa era diverso, aprì appena gli occhi, forse non fece caso al fatto che adesso riusciva ad osservare il mondo con un occhio e mezzo e non solamente più con uno, udì uno strano rumore e gli sembrò che tutto gli si muovesse attorno, la gabbia si aprì ed una mano lo trasse fuori, di nuovo l’uomo con il camice verde !!! Ricordò con terrore il dolore dell’ultimo incontro ed un con impeto primordiale agitò furiosamente le zampe posteriori sgranando entrambi gli occhi.

“Ma bene siamo vitali !”  disse l’uomo con il camice verde, poi gli immobilizzò la testa tra le mani e con le sue dita forti gli tenne aperto a forza l’occhio malato  “l’occhio è quasi a posto, ma c’è ancora una piccola ulcera qui al centro, continui con la pomata qualche altro giorno”  lo mise sul freddo tavolo di metallo e nuovamente Grigio sentì di nuovo quel dolore pungente ed improvviso. Si sentì libero e provò ad alzarsi sulle zampe, si guardò intorno, vide l’uomo con il camice verde ed un altro umano, tentò di camminare ma le zampine gli si piegarono. Una mano gentile lo rimise nella gabbia e chiuse lo sportello.             “Ormai non corre più rischi ma è ancora debole” – udì nello stordimento – “è ora che cominci a dargli qualche cosa di solido”. Grigio si addormentò di nuovo.

Era ormai passato un mese dall’ultima volta che Gatta aveva visto il suo Grigio, eppure … gli sembrava di sentire ancora il suo odore in giro. Aguzzò le orecchie e tirò con il naso, non era solamente un’impressione, quell’odore c’era !!! Cercò di seguirlo, andò verso destra, ma no … di là si affievoliva, sembrava che girasse l’angolo del palazzo. Cosa non avrebbe dato in quel momento per essere un cane, con il loro fiuto … Svoltò l’angolo e lo sentì fortissimo, cominciò a trotterellare, non sapeva cosa stava facendo ma non riusciva a fare altrimenti. Improvvisamente si fermò. L’odore di Grigio finiva lì. Alzò il muso e si trovò dinnanzi una macchina rossa, il tepore del motore era ancora avvertibile, la annusò un po’ ovunque ma stabilì che l’odore più intenso era in corrispondenza di uno degli sportelli, appoggiò le zampe sulla vettura e cercò di alzarsi fin dove poteva, saltò sul cofano ed annusò il vetro, trovò le zampate e gli odori di altri gatti, cercò di escluderli dal suo olfatto, mise le zampe sul vetro e salì sul tetto della macchina, una zampa le rimase impiastricciata di un po’ di quella resina fastidiosissima che alcuni alberi lasciano, proseguì annusando tutto il tetto, finché … attaccati tra la resina e qualche ago di pino Gatta notò due sottilissimi fili argentei, li annusò, li toccò con la zampina, li osservò meglio. Erano peli di Grigio ! Ne era sicura ! Ed erano molto più lunghi di quelli che aveva quando lo aveva perso. Una strana sensazione la pervase, Grigio era vivo !

Ormai si era abituato al sapore stano di quel latte ma questa volta Grigio rimase sorpreso, l’umano che lo teneva in braccio non gli stava versando, come al solito, piccole gocce di latte in bocca, una strana pallina solida e fredda titillò le sue papille gustative, istintivamente masticò, era buona, fredda ma buona.

“Ti piace la carne ?” – sentì dire, ed aprì di nuovo la bocca.

Gatta tornava alla macchina ogni volta che poteva, si nascondeva nella siepe e la osservava attendendo non sapeva bene cosa. Un giorno, infine, vide un umano dirigersi verso la macchina, aguzzò la vista e l’olfatto, senza farsene accorgere sgattaiolò sotto la macchina e quando l’uomo si fermò per aprirla si trovò le sue gambe proprio dinnanzi al naso. Annusò fortissimo l’odore di Grigio e vide i lunghi peli argentei sul tessuto blu dei pantaloni. Ne era sicura, Grigio era vivo ! Aveva una certa conoscenza del mondo e sapeva che gli umani avevano spesso l’abitudine di tenere in casa degli animali; quest’umano aveva il suo Grigio.

A tre mesi di distanza Grigio era ormai un gattino a tutti gli effetti, l’occhio era guarito, il fisico non sembrava avere risentito degli stenti della sua brevissima infanzia, si guardava intorno passeggiando per la casa, in cerca di qualcosa che aveva perso, ma non riusciva a capire cosa fosse. Saltò su una sedia, poi sul tavolo, passeggiò lungo il lavandino fino alla lavatrice e come al solito si sedette, come fanno i gatti, davanti al vetro della finestra chiusa. Osservava con stupore i piccioni che svolazzavano a poca distanza da lui, i primi giorni aveva cercato di ghermirli cercando di rompere quell’invisibile barriera che era costituita dal vetro, poi stanco dell’inutile lotta aveva smesso e si era risolto ad osservarli semplicemente. Udì un fruscio impercettibile a chiunque altro, aguzzo le orecchie, allungò il collo e guardò oltre il davanzale, tra le foglie di quella siepe che qualcosa gli ricordava … ma cosa ?

Gatta se ne stava tra la siepe a lisciarsi la coda, mentre Bianco giocherellava con alcune foglie. Improvvisamente sentì un formicolio ai peli, ebbe la netta impressione che qualcuno la stesse osservando, istintivamente alzò lo sguardo verso quella finestra sulla facciata rosso mattone del palazzo che aveva di fronte, quella finestra alla quale aveva qualche volta visto affacciato quell’umano, quello che per qualche motivo teneva Grigio nella sua casa.

Un anno era passato, Grigio era ormai un gatto a tutti gli effetti, non aveva memoria del passato. Viveva tra il suo cestino nel bagno ed il letto di quell’umano che stava sempre seduto davanti ad una strana finestra luminescente picchiando le dita su una strana cosa. Lui se ne stava sdraiato sul letto, se aveva freddo si tirava addosso uno dei maglioni che sempre venivano abbandonati accanto a lui, se aveva caldo scendeva e si sdraiava sul fresco pavimento di marmo, se aveva fame andava in bagno dove c’era sempre una ciotola pronta. Non andava più a guardare fuori dalla finestra perché sentiva sempre delle sensazioni strane a guardare fuori, sentiva che qualcosa, al di là del vetro lo riguardava ma non capiva cosa, gli veniva sempre in mente quel tarlo … che gli mancasse qualcosa … ma cosa ?

Un anno era passato, Bianco era ormai un gatto a tutti gli effetti, non aveva memoria del passato. Viveva tra la siepe dove era nato ed il parcheggio delle macchine dove si divertiva a marcare il territorio. Se aveva freddo andava a dormire sul cofano di qualche macchina, se aveva caldo si sdraiava sotto la siepe ombrosa. Se aveva fame gironzolava per il condominio alla ricerca di briciole cadute dalle finestre, lucertole incaute o poco furbi topolini. Gatta lo guardava da lontano, lo vedeva forte e sicuro e sonnecchiava tranquilla. Erano sei i figli che aveva avuto nella sua vita, ma Bianco era l’unico che fosse sopravvissuto tanto. Il primo era nato morto, anche nel secondo parto un gattino era nato morto, gli altri due erano sopravvissuti solamente pochi giorni, nel terzo ed ultimo parto Bianco e Grigio, la loro storia è nota.

Un giorno accadde che Gatta vide sull’ammattonato del parcheggio, proprio di fianco a quella macchina rossa una di quelle gabbie che a volte gli umani usano per trasportare gli animali, si avvicinò circospetta mentre l’umano infilava nel bagagliaio delle valigie, man mano che si avvicinava sentiva quell’odore, l’odore di Grigio, farsi sempre più intenso. Girò intorno alla gabbia e buttò l’occhio dentro … lo vide … Grigio se ne stava lì dentro, grasso e pasciuto, il pelo folto e lucido, sembrava sonnecchiare, lo chiamò con un  miagolio sommesso, Grigio aprì gli occhi sonnacchiosi e la vide, nella sua mente una cortina di nebbia dietro l’altra si alzavano, improvvisamente davanti ai suoi occhi apparve l’immagine di quel viso familiare che gli leccava la faccia, ricordò quell’odore che voleva dire cibo, si drizzò sulle zampe, spalancò gli occhi. Gatta lo vide così, forte, sano, nessuna traccia degli stenti del piccolo Grigio, gli occhi sani e vispi, tutti e due, quell’umano si era preso cura di lui, Grigio era un povero gattino condannato dalla selezione naturale ed adesso invece era agile e forte, forse più del suo Bianco. Capì che tutti i loro destini si erano compiuti, miagolò un’ultima volta, si girò a si allontanò senza voltarsi. Quando l’umano si chinò per sollevare le gabbia e posarla sul sedile della macchina non capì cosa Grigio, che lui chiamava Romolo, stesse cercando di afferrare con la zampa protesa fuori della gabbia, gli occhi fuori delle orbite ed il suo miagolare rabbioso. Pensò che una lucertola fosse sfrecciata davanti alla gabbia. Per tutto il viaggio Grigio fu irrequieto, miagolò in maniera sconclusionata per quasi cento chilometri, poi si addormentò. A Grigio piaceva la casa di campagna e lì, l’umano ne era sicuro, avrebbe dimenticato quell’incontro.

Da quel giorno Gatta smise di preoccuparsi di Grigio, sapeva che in un modo o nell’altro stava bene. Guardò Bianco correre tra le foglie e pensò che Grigio non avrebbe mai avuto quella libertà, stretto tra le mura di una casa o tra le lamiere di un’automobile che lo portava in vacanza; d’altra parte Bianco non avrebbe mai avuto la pancia piena ed il pelo lucido e folto di Grigio e non avrebbe neppure avuto le aspettative di vita di Grigio, si sa un gatto di strada vive molto meno di un gatto domestico. In ogni caso il suo compito era compiuto, il suo contributo all’evoluzione della specie lo aveva dato. Due gatti forti e sani, con buone speranze di compiere anche loro il compito che la natura aveva affidato a tutti gli animali del mondo.

Era una calda mattina d’estate quando Gatta si sdraiò in quell’angolo così isolato del giardino dove alcuni anni prima aveva inutilmente cercato di svegliare sua madre finché non aveva capito e l’aveva ricoperta di foglie secche, era ancora lì, Gatta aveva continuato ad ammucchiare foglie e rami, muschio e terra, fino a quando quell’improvvisato sepolcro non era diventato un minuscolo rigonfiamento, Gatta sperò che anche Bianco avrebbe fatto altrettanto per lei, sperava di restare in quell’angolo di paradiso per sempre. Mentre si recava verso il piccolo tumulo passò sotto la finestra dove, ora lo sapeva con certezza, viveva Grigio, gettò uno sguardo e gli sembrò di vedere le sue orecchie spuntare da dietro il vetro, ormai tranquilla della sorte di Grigio si affrettò verso l’angolo, il dolore e la stanchezza aumentavano sempre di più ed aveva paura di non riuscire a raggiungere quello che aveva scelto come suo ultimo giaciglio. Si sdraiò e si sistemò il più comodamente possibile, ancora un ultimo sguardo a quella finestra. Riabbassando lo guardò vide Bianco dirigersi verso di lei, proprio come aveva fatto lei con la madre tempo prima. Era tranquilla e soddisfatta del suo lavoro, più di quello che aveva fatto non poteva fare. Sospirò, sentì le forze venirgli meno, Bianco era sempre più vicino, sentì il suo miagolio, ricordò quelli di Grigio mentre si allontanava dalla gabbia, miagolò. Chiuse gli occhi serenamente.

Gatta aveva nove anni.


Roma 1 Marzo 2001

Ultimo aggiornamento ( venerdž 06 aprile 2007 )
 
Sidney Skyline
Scritto da Administrator   
giovedž 05 aprile 2007
IN LAVORAZIONE
Ultimo aggiornamento ( giovedž 05 aprile 2007 )
 
La Torre di Guisa
Scritto da Administrator   
giovedž 05 aprile 2007

Esiste nella Francia centro-settentrionale, a metà strada tra Parigi e Nantes, il trentasettesimo distretto, quello dell'Indre et Loire, che fa capo a Tour, graziosa cittadina di poco più di centomila abitanti. Il caso vuole che nella già citata città trovi posto la caserma Meusnier, dalle cui mura si eleva la Torre di Guisa, ultima testimonianza del castello Reale fatto erigere nel 1160 da Enrico II d'Inghilterra, della nobile ed estinta stirpe dei Guisa. La Torre si erge fiera e supera di buona misura la sommità del restante edificio militare. Come era uso a quel tempo la copertura della Torre assomiglia più ad un cappello a punta che ad un tetto. Ed è proprio sotto questo tetto ,che con il suo colore azzurro, ricorda di molto il copricapo di Mago Merlino, che abita Helene.

Sotto questo simpatico epiteto si cela una ridda di circuiti integrati, diodi e resistenze che vanno a comporre il cervello del sistema "Evoluzione 5", studiato e messo a punto dai migliori cervelli elettronici di Francia per il coordinamento delle truppe di terra, cielo e mare su tutto il territorio della "Cinqueime Republique de France". Un sostituto in chiave moderna della titanica e fallimentare "Linea Maginot", onde evitare una seconda Marna. Il Sistema Evoluzione 5, Helene, ha il compito di vagliare i dati del satellite in orbita geostazionaria "UA8", acronimo di "Unit‚ Astronomique 8", il quale controlla e riferisce circa lo spostamento di truppe lungo i confini, indipendentemente dai punti cardinali e dal fatto che la violazione o presunta tale, avvenga per mare, per terra o per cielo.

Così, se UA8 registra un'insolita attività militare sui Pirenei Spagnoli, automaticamente Helene provvede ad allertare le truppe di stanza sui Pirenei Francesi e se necessario a farne affluire altre fino a che il rapporto non sia di due unità francesi per ogni unità e mezzo spagnola. Naturalmente lo stesso discorso vale per i confini tedeschi od italiani, così come per il traffico militare nella Manica. Il tutto funziona in maniera molto semplice. Una volta stabilito il presunto pericolo Helene manda due copie dello stesso messaggio, dopo aver elaborato la contromossa; una copia giunge a tutte le caserme ed i posti di comando della zona interessata, ed una copia raggiunge il centro operativo del Ministero della Difesa a Parigi. Successivamente se il comando centrale della Difesa riconosce il pericolo come tale ed accetta la risposta proposta da Helene, non rimane che confermarla. In caso contrario verrà inviato un contrordine. I comandanti sono tenuti, una volta ricevuto il primo ordine, quello di Helene, a preparare le truppe, per poterle presentare pronte in caso il secondo ordine confermasse il primo. In ogni caso se entro due ore dal primo ordine non dovesse arrivare alcun contrordine, le istruzioni di Helene diventerebbero operative e da quel momento Helene avrebbe il controllo di tutte le truppe attive.

Questa mattina di un caldo giorno di Luglio, la caserma Meusnier non ha un aspetto diverso dal solito, tranne che per quella Peugeot 605 nera che attende davanti al cancello d'entrata, entra infine. Percorre i viali del piccolo parco e si ferma dinnanzi al portone principale; un caporale apre la portiera ed un alto papavero scende e si infila velocemente nella caserma; sale rapido le scale, fino all'ultimo piano, e bussa concitatamente all'ufficio numero 14, quello del maggiore Athis.

Il maggiore non ebbe il tempo di rispondere, la porta si aprì ed il generale Duras apparve sulla soglia. Non rispose al saluto dell'ufficiale, prese una sedia, la piazzò davanti alla scrivania e vi si sedette; sistemò la sua ventiquattrore sulla scrivania ed attese che il maggiore si sedesse al suo posto.

 - "Dunque Athis"-esordì il Generale-"cosa accade?"-.
 - "Abbiamo dei problemi"-rispose il Maggiore.

Il Generale lasciò ondeggiare la testa, fece scattare le due serrature della sua valigetta ed estratti alcuni fogli li porse ad Athis dicendo:-"Questi sono gli ordini di spostamento truppe emanati da Evoluzione 5 nelle ultime sedici ore: ha chiesto il trasferimento di due battaglioni nell'Armagnac per far fronte ad un tentativo di assalto spagnolo che si stava preparando da Pamplona; ha ordinato il blocco del porto di Le Havre perché ingenti forze navali britanniche incrociavano al margine delle nostre acque territoriali ; ha chiesto l'invio di truppe corazzate ed aviotrasportate a Thionville per fronteggiare il tentativo di invasione messo in atto dalle truppe Lussemburghesi; mio caro Maggiore con tutto il rispetto per l'operoso Granducato e per le sue truppe scelte ...; sempre secondo il suo protetto è stato necessario mandare un battaglione a Chamonix per intercettare un tentativo d’intrusione di guastatori italiani ; immagini la sorpresa del Capitano La Chance quando invece di un drappello di uomini pronti a tutto, in tenuta mimetica ed armati fino ai denti, si è trovato davanti quindici alpinisti, spauriti infreddoliti, con vestiti sgargianti e la cui arma più sofisticata era una pistola lanciarazzi"-.

 - "Ne sono al corrente. Purtroppo non siamo ancora riusciti a trovare il difetto"-.
 - "Avrete tutto il tempo che vorrete per capire come mai un cervello da settecento milioni di franchi ha problemi di connessione. La prima cosa da fare è, ora, di disattivare Evoluzione 5, od Helene, come lo chiama lei"-.
 - "Ma signore"-il Maggiore si alzò in piedi-"disattivare Helene adesso, vorrebbe dire non avere più la possibilità di studiarne il comportamento"-.
 - "Maggiore"-anche il Generale si alzò in piedi-"stiamo parlando della stessa Helene?"-.
Athis rimase perplesso, ma poi annuì.
 - "Allora, Maggiore, noi stiamo parlando di una macchina, di un'entità tecnologica avanzata, la quale non ha un comportamento anomalo derivante da un esaurimento nervoso ma ha un malfunzionamento, dovuto probabilmente ad un difetto di progettazione"-il Maggiore non rispose, ma sembrava non condividere l'opinione del superiore-"Non vorrà farla psicanalizzare?"-aggiunse con sarcasmo il Generale.
 - "Signor Generale"-riprese stizzito il Maggiore-"Helene è un sistema talmente complesso che una volta disattivato andrebbe smontato pezzo per pezzo per poterne determinare il difetto, invece mantenendolo in funzione potremmo riuscire ad isolare il guasto ed a porvi rimedio in metà tempo"-.
 - "Dunque noi, finché voi, non avrete trovato il guasto, dovremmo stare al seguito di tutti i capricci che quella donnetta bizzosa che si cela all'ultimo piano della Torre di Guisa ci proporrà?"-.
 - "Signore lei non comprende l'importanza... la differenza... l'innovatività di questo progetto"-.
 - "Cerchi di farmi capire Athis"-.
 - "Quando in conferenza stampa, due mesi fa, venne detto che Helene era il frutto dei migliori cervelli elettronici di Francia, non si voleva dire che il "Sistema Evoluzione 5" è frutto dei migliori tecnici ed ingegneri francesi, ma proprio che è frutto di un cervello elettronico. Il Sistema Evoluzione 5 Š stato interamente progettato dal "Complesso Meridien"-.
 - "La moderna tecnologia ci permette questo?"-.
 - "La prova è nella Torre di Guisa"-.
 - "Athis, lei è un folle! Lei ha dato ad una macchina la possibilità di procreare; lei ha messo al servizio di un computer le decine di tecnici che hanno costruito Helene. Ha dato corpo alle paure della eccessiva elettronicizzazione. Ha posto la prima pietra per sostituire l'uomo con le macchine"-.
 - "Ma è la logica evoluzione della specie. Noi apprendiamo dai nostri padri e poi aggiunta la nostra esperienza trasmettiamo ai nostri figli. E` così che si è evoluto il genere umano e lo stesso può avvenire per un computer. Meridien è una macchina perfetta e cosa se non una macchina perfetta può creare un suo simile perfetto?"-.
 - "E come mai questa macchina perfetta sta dando i numeri?"-
 - "E` quello che vorremmo capire"-.
 - "Athis lei è convinto del fatto che da un genitore con tare genetiche è molto facile che nascano dei figli con difetti uguali o simili?"-.
 - "Non è una mia convinzione. E` scientificamente provato che..."-venne interrotto dal Generale.
 - "Athis, il Meridien è stato smantellato sei giorni fa perché mostrava dei difetti di progettazione non rettificabili"-raccolse i suoi fogli e chiuse la valigetta. Bussarono alla porta. Entrò un Sergente che porse un foglio al Generale il quale lo lesse e si diresse verso il fax che giaceva in un angolo dell'ufficio, scrisse qualcosa su di un foglio ed inviò. Prese la sua ventiquattrore ed andandosene disse:-"Tolga la corrente ad Evoluzione 5".

Sulla scrivania del Maggiore rimasero il foglio portato dal Sergente e quello scritto dal Generale ; sul primo vi era l'ordine impartito da Helene alla portaerei Clemencau di fare rotta verso la Libia ed armare le testate nucleari montate sui caccia Mirage. Il secondo foglio era il contrordine del Generale. Athis passò entrambi i fogli nell'apposito distruggi documenti ed impartì l'ordine di scollegare Helene

La Torre di Guisa riprendeva la sua funzione squisitamente architettonica.

Roma 23 Agosto 1992

Ultimo aggiornamento ( venerdž 06 aprile 2007 )
 
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